Di Peter Bieri, Docente di filosofia presso l’Università di Berlino [1]
NdR: Questo articolo trae spunto da una discussione tra il neurobiologo Gerhard Roth e il teologo morale Eberhard Schockenhoff. Roth aveva affermato che è possibile documentare le connessioni tra processi neuronali e l’atto decisionale prima che il soggetto stesso diventi consapevole della sua imminente decisione. Di conseguenza sarebbe dimostrato che le decisioni prese dai soggetti dipendono solo dai geni e dai processi neuronali, determinati da eventi dell’infanzia e da esperienze fatte negli anni successivi. Le riflessioni di Bieri sono oltremodo attuali ora che la “Super intelligenza” e le tecniche di interfacciamento neuronale messe a punto in Cina e negli USA cominciano ad avere applicazioni pratiche capaci di sconvolgere completamente la concezione che abbiamo di noi stessi e del mondo.
Fa parte della nostra autocomprensione il fatto di percepirci come liberi nelle nostre azioni e nei nostri desideri. Ci percepiamo come artefici delle nostre azioni; abbiamo l’impressione di muoverci verso un futuro aperto; ci vediamo come esseri che, in virtù di questa libertà, sono responsabili delle proprie azioni. Sarebbe per noi inquietante scoprire che questa esperienza di libertà non è altro che una persistente illusione.
Ora, alcune persone sembrano pensare che la ricerca sul cervello abbia dimostrato proprio questo. Ci insegnano che esistono precondizioni neuronali per ogni desiderio e azione. Se certi schemi di attività non si verificassero in specifiche aree del cervello, non saremmo in grado di desiderare o fare nulla. E sembra anche che tali scoperte consentano una sola conclusione: che i nostri desideri e le nostre azioni non nascano affatto dalla libertà, ma siano piuttosto il risultato di un meccanismo neurobiologico a orologeria che ticchetta in modo inalterabile alle nostre spalle. Certo, ci sentiamo liberi. Ma questa sensazione è ingannevole: non lo siamo.
In realtà, la ricerca sul cervello non dimostra nulla del genere. Quella che sembra una solidissima confutazione empirica del libero arbitrio è, in realtà, un’audace affermazione metafisica. Come si può giustificare un’affermazione così sfacciata?
Consideriamo un dipinto. Possiamo descriverlo come un oggetto fisico. Possiamo anche parlare del soggetto raffigurato. Oppure potremmo essere interessati alla sua bellezza ed espressività. O al suo valore di mercato. Lo stesso oggetto viene descritto da prospettive diverse. Tutto ciò che diciamo è vero nello stesso senso. È vero che il dipinto pesa 30 chilogrammi ed è dipinto a olio, ed è vero che raffigura l’Ultima Cena, è un’opera kitsch e ha raggiunto un prezzo gonfiato. Nessuna di queste descrizioni è più vicina alla realtà o possiede un grado di veridicità superiore alle altre. Abbiamo sviluppato diversi sistemi di descrizione per scopi diversi. Nessuno è assolutamente superiore a un altro, indipendentemente dallo scopo.
Non bisogna mescolare prospettive diverse. Immaginate qualcuno che seziona un’immagine per scoprirne il significato: lo considereremmo pazzo, pazzo nel senso di un errore di categoria. Non funziona mai bene quando cerchiamo di rispondere a domande che sorgono a un livello di descrizione applicandole a un altro. Questo crea enigmi concettuali che possono disorientarci.
Proprio come per un dipinto, così anche per una persona. Esiste una storia fisiologica degli esseri umani, che include la storia dei processi neurobiologici. Parallelamente, esiste una storia psicologica, in cui vengono descritti come individui. Da questa prospettiva, vengono loro attribuite molte cose che non trovano spazio nella prima storia, perché quest’ultima è semplicemente priva degli strumenti concettuali necessari: volontà, deliberazioni, decisioni. Supponiamo che qualcuno dissezioni una persona (in una tomografia, ovviamente) per scoprire cosa desidera, cosa considera e cosa decide. Non verrebbe considerata pazza anche lei, nello stesso senso in cui lo è un dipinto?
Che cosa significa questo per la libertà? Usiamo le parole “libero” e “libertà” con leggerezza e superficialità, spesso dimenticando che denotano un concetto che, come ogni concetto, appartiene a una prospettiva specifica e ha senso solo all’interno di quella prospettiva. Quale prospettiva? Quella da cui ci vediamo come persone. Solo gli esseri agenti con un profilo intellettuale sono possibili candidati alla libertà e alla non libertà.
Si cerca invano la rappresentazione o la bellezza nella composizione materiale di un dipinto, e allo stesso modo si cerca invano la libertà o la non libertà nei meccanismi neurobiologici del cervello. Lì non c’è né libertà né non libertà. Il cervello non è il luogo logico adatto per questa idea.
Non si può alterare il soggetto o le qualità estetiche di un dipinto senza modificarne la composizione materiale. Le proprietà tematiche ed estetiche dipendono da quelle materiali. Applicato al caso della volontà e del cervello, ciò significa che il profilo psicologico di una persona può cambiare solo se cambia il suo profilo neurobiologico, sebbene le narrazioni neurobiologiche e psicologiche seguano ciascuna una propria logica. Non si tratta di una scoperta nuova, ma di un’ovvietà. Chiunque prenda un’aspirina lo sa bene.
Potrebbe sembrare che questa dipendenza delle caratteristiche psicologiche da quelle neurobiologiche soffochi sul nascere qualsiasi libero arbitrio. A cosa serve il fatto concettuale che l’idea di libertà appartenga al sistema descrittivo autonomo del volere, del deliberare e dell’agire, se ogni volontà dipende in ultima analisi da un meccanismo neurobiologico che perpetua il suo passato nel futuro secondo leggi immutabili? Non si rischia forse di trasformare il discorso sulla libertà in una pessima barzelletta?
Tutto dipende da cosa intendiamo per “libertà”. Parte della veemenza con cui si dibatte su questo argomento deriva dalla falsa convinzione che tutti sappiamo perfettamente cosa significhi la parola. Niente di più falso; dietro le quinte del dibattito retorico regna il caos più totale. Possiamo fare chiarezza chiedendoci: come dobbiamo aver concepito la libertà per essere allarmati da una ricerca sul cervello?
Qualcuno potrebbe rimanere scioccato perché pensava che il libero arbitrio significasse che la volontà non fosse condizionata da nulla. Che, a parità di condizioni interne ed esterne, potesse intraprendere percorsi completamente diversi. Che dovesse essere come un processo immobile in ogni istante. Sentirsi dire che nel cervello la volontà dipende da migliaia di fattori è quindi uno shock.
Ma nessuno può desiderare un libero arbitrio in questo senso, perché sarebbe una volontà che non apparterrebbe a nessuno: non legata né al corpo né al carattere, né alle esperienze né alla storia di vita di una persona in particolare. Sarebbe completamente casuale, infondata, non insegnabile e incontrollabile. Avere una volontà così capricciosa non sarebbe l’esperienza della libertà, ma un incubo.
Si potrebbe essere allarmati perché si era concepita la volontà non come un motore immobile, ma piuttosto come qualcosa soggetto a condizioni – non condizioni cerebrali, ma condizioni psicologiche che consisterebbero in fenomeni non fisici. Lo shock ora non deriva più dalla condizionalità della volontà in generale, ma dalla sua condizionalità materiale. È questa che minaccia di mettere in pericolo la libertà.
Ma questo significherebbe pensare al mentale come separato dal fisico in un modo che semplicemente non riusciamo a comprendere. Non comprendiamo affatto l’intera categoria del “non fisico”. E ci sono mille prove che dimostrano che non c’è cambiamento psicologico senza un cambiamento fisiologico. Come ho detto: l’aspirina.
Infine, si potrebbe essere allarmati dal fatto che la ricerca sul cervello parli di processi che avvengono a nostra insaputa. Parte dell’esperienza della libertà consiste nel fatto che la nostra volontà sembra spontanea. E può essere uno shock scoprire che, anche dietro questa volontà spontanea, un orologio neurobiologico ticchetta. Questo non significa forse che l’esperienza della libertà è, in realtà, una mera illusione? Che ci sentiamo liberi, ma non lo siamo?
No. Nulla nella nostra esperienza accade senza una base fisiologica: né la percezione, né il pensiero, né le emozioni. Eppure nessuno considera che questa base fisiologica renda l’oggetto di tutte queste esperienze mere illusioni. Perché dunque dovrebbero considerare la volontà?
Solo chi concepisce il libero arbitrio in un modo così inverosimile può vederlo minacciato dalle rivelazioni dei ricercatori nel campo delle neuroscienze. Altrimenti, non può. E solo se un ricercatore nel campo delle neuroscienze aderisce segretamente a una di queste assurde nozioni di libertà può credere che le sue scoperte siano in grado di scuotere la nostra autoimmagine del libero arbitrio. E così giungo alla mia audace diagnosi: quella che appare come un’affermazione particolarmente lucida, supportata dalla sobria autorevolezza del laboratorio di neuropsicologia, presuppone, in termini di pathos, una certa dose di metafisica avventurosa.
Ma quale altra concezione di libertà propone l’intrepido? In sostanza, è questa: la nostra volontà è libera quando si sottomette al nostro giudizio su ciò che è giusto desiderare. E la volontà non è libera quando giudizio e volontà divergono: questo è il caso della persona incontrollata, sopraffatta dai suoi potenti desideri e spinta a un atto che condanna nella sua mente lucida; ed è il caso della compulsione interiore, in cui soccombiamo a una volontà ossessiva contro il nostro buon senso. Superare la mancanza di libertà e ritrovare la via per la libertà significa, in entrambi i casi, riallineare giudizio e volontà e recuperare quella plasticità della volontà che trova espressione nel pensiero: vorrei e farei qualcosa di diverso se giudicassi diversamente. Questa è la corretta apertura al futuro.
Nessuna scoperta neurobiologica può mettere in pericolo la libertà intesa in questo senso. La convergenza o la divergenza tra giudizio e volontà ha una base neuronale. Ma l’esistenza di questa base non significa che la differenza descritta tra libertà e non libertà non esista. Le scoperte neurobiologiche non possono smascherare il libero arbitrio come un’illusione. Se rivelano qualcosa, si tratta solo di fraintendimenti metafisici della libertà. E per smascherarli, in realtà, non abbiamo affatto bisogno della neurobiologia. Il pensiero chiaro è sufficiente.
La storia finora dimostra che il conflitto, spesso invocato, tra determinismo e libertà non è affatto un conflitto. Questo presunto conflitto non è altro che una potente suggestione retorica che deve essere confutata. L’opposto del determinismo è l’indeterminismo. E l’opposto della libertà non è il determinismo, bensì la costrizione. Pertanto, non c’è il minimo motivo di allarmarsi quando ci troviamo di fronte alle tomografie del nostro cervello e vediamo come leggi naturali e immutabili governino le nostre azioni quando esercitiamo la nostra libertà compiendo delle scelte.
Ma le immagini non mostrano forse che in realtà non siamo noi a decidere, bensì il cervello? Sembra quasi che siamo delle marionette senza libertà. Ma non può essere così. Il cervello, infatti, non può decidere nulla; l’idea di decidere non ha alcuna collocazione logica nel discorso sul cervello. Le decisioni, nel vero senso della parola, esistono solo laddove sono coinvolti il ragionamento e la deliberazione. È un errore introdurre di nascosto un concetto come “decidere” dal linguaggio della mente nel discorso sul cervello. È come discutere improvvisamente del soggetto di un dipinto nel contesto della fisica.
La sfida neurobiologica ci riguarda perché mette in discussione l’idea di responsabilità e il significato dei sentimenti morali. Se la ricerca sul cervello dovesse smentire il libero arbitrio, dovremmo ripensare tutto: terapia al posto di colpa ed espiazione, compassione al posto di risentimento e indignazione. Sarebbe una rivoluzione nella nostra comprensione dell’umanità. È necessaria?
No, perché la libertà, che non può essere confutata da alcuna ricerca sul cervello, è sufficiente per stabilire la responsabilità. Non colleghiamo la responsabilità a un motore immobile o a una volontà non fisica. Esaminiamo se una persona è stata in grado di esercitare un controllo cosciente sulla propria volontà oppure no. Nel primo caso, attribuiamo la responsabilità; nel secondo, no.
La filosofia può essere descritta come il tentativo di orientarsi all’interno del pensiero. Da bambini, impariamo parole come “libertà” e “responsabilità”. Le ripetiamo a pappagallo. Più tardi, scopriamo di non capire realmente ciò che diciamo; ce ne rendiamo conto non appena inciampiamo sulle parole. Allora dobbiamo considerare la collocazione logica di questi concetti, come disegnare una mappa di una città in cui abbiamo solo vagato senza meta. I filosofi sono i cartografi del nostro pensiero sui temi più generali. E la mappa della libertà mostra che non abbiamo bisogno di una nuova concezione dell’umanità; abbiamo semplicemente bisogno di comprendere correttamente quella vecchia.
[1] Peter Bieri: Unser Wille ist frei, Der Spiegel, 10 gennaio 2005.
Peter Bieri è stato uno scrittore e filosofo svizzero. Docente di filosofia presso l’Università di Berlino, ha scritto diversi romanzi, tra cui, con lo pseudonimo di Pascal Mercier, Treno di notte per Lisbona da cui è stato tratto l’omonimo film.




